81) Lc 18, 9-14 – 30/03/2022

  1. Il testo

       9Disse anche verso alcuni, che erano persuasi in loro stessi di essere giusti e disprezzavano gli altri, questa parabola. 10 Due uomini salirono al tempio a pregare, uno fariseo e l’altro pubblicano. 11Il Fariseo, stando, verso se stesso queste cose pregava: «O Dio, ti ringrazio poiché non sono come gli altri tra gli uomini, ladri, iniqui, adulteri, o anche come questo pubblicano. 12Digiuno due volte di sabato, [e] pago la decima di tutto ciò che possiedo». Il pubblicano, stando lontano, non voleva sollevare al cielo neanche gli occhi, ma battendosi il suo petto diceva: «O Dio, perdona me peccatore». 14Vi dico, costui discese giustificato alla sua casa rispetto a quello. Poiché chiunque innalzi se stesso sarà umiliato, chi umilia se stesso sarà innalzato.

  • Il messaggio

       9Disse anche verso alcuni, che erano persuasi in loro stessi di essere giusti e disprezzavano gli altri, questa parabola. 10 Due uomini salirono al tempio a pregare, uno fariseo e l’altro pubblicano. Gesù racconta la parabola verso alcuni, convinti di essere giusti. La prima domanda da porci è se esiste una relazione tra il considerarsi giusti e il considerare gli altri dei buoni a nulla. Il salire degli uomini al tempio fa riferimento al fatto che Gerusalemme e il tempio sono in altura. La preghiera in questo momento è vista come un’azione generica, lo sfondo sul quale questa preghiera è inserita è la dimensione della giustificazione. La giustificazione è un rendersi giusti dinanzi a Dio. Rendersi giusti ha a che fare con il peccato, perché è il peccato che ci rende ingiusti e la preghiera più importante che Israele rivolge a Dio è la preghiera per la salvezza. La giustificazione dunque è salvezza. Il fariseo e il pubblicano sono l’esempio di colui che applica la legge, che sente un dovere di religiosità e un pubblicano, un pubblico peccatore, una persona la cui vita manifesta disinteresse dinanzi a Dio. Gli esempi sono degli estremi. E’ importante comprendere che il primo esprime una realtà positiva, il secondo invece una realtà negativa.

       11Il Fariseo, stando, verso se stesso queste cose pregava: «O Dio, ti ringrazio poiché non sono come gli altri tra gli uomini, ladri, iniqui, adulteri, o anche come questo pubblicano. 12Digiuno due volte di sabato, [e] pago la decima di tutto ciò che possiedo». Il fariseo prega, ma prega in un atteggiamento che ha come referente principale il proprio io. Dinanzi a lui non c’è Dio, ma sé stesso. Egli ringrazia Dio perché egli non è come gli altri uomini e nemmeno come il pubblicano, ringrazia il Signore per quello che non è, ma ringrazia anche il Signore per quello che è, per quello che fa. Mette in evidenza il fatto che segue la Legge in maniera perfetta. Questo atteggiamento ha il problema che il Fariseo utilizza Dio come uno specchio di sé stesso, prega in maniera autoreferenziale, inoltre il suo atteggiamento comporta un giudizio, non solo verso gli altri uomini ma anche e soprattutto un giudizio su sé stesso. Arriva addirittura a non considerarsi come gli altri uomini, quasi che arrivasse a pensarsi “speciale”, non come gli altri uomini, buono.

       Il pubblicano, stando lontano, non voleva sollevare al cielo neanche gli occhi, ma battendosi il suo petto diceva: «O Dio, perdona me peccatore». Il pubblicano invece sta lontano (con un atteggiamento che ricorda Pietro in Lc 5, 1-11), non riesce nemmeno a sollevare gli occhi al cielo, non vuole farlo. Le sue parole sono quasi intraducibili, utilizza un verbo tecnico, il verbo del sacrificio, ilàstheti, letteralmente , dunque «purifica il mio peccato» (è il sangue di Cristo che appunto, con il suo sacrificio, espia i nostri peccati).

       14Vi dico, costui discese giustificato alla sua casa rispetto a quello. Poiché chiunque innalzi se stesso sarà umiliato, chi umilia se stesso sarà innalzato. Possiamo chiederci perché uno sia giustificato e l’altro no: uno lo chiede e l’altro non lo chiede. Dio fa qualcosa, rende giusto colui che ha chiesto di essere giustificato. Questo lo può fare solo Dio, è Dio che ci rende giusti, non le nostre azioni. Inoltre, andando in profondità, scopriamo che chi non chiede di essere giustificato è colui che si giustifica da solo, credendosi buono e dunque autosufficiente, non bisognoso di perdono. Gesù ci insegna che finanche colui il quale è lontanissimo, peccatore tra i peccatori, e chiede salvezza, la ottiene da Dio, ma se al contrario il più giusto dei giusti si fa giusto da solo, Dio non lo giustifica.   

       La conclusione riprende alcuni brani, Lc 13, 29-30: «Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio. Ed ecco, ci sono alcuni tra gli ultimi che saranno primi e alcuni tra i primi che saranno ultimi»; Lc 14, 11: «Perché chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato»; Lc 16, 15: «Egli disse: Voi vi ritenete giusti davanti agli uomini, ma Dio conosce i vostri cuori: ciò che è esaltato fra gli uomini è cosa detestabile davanti a Dio». Il riferimento è a chi si fa giusto da solo, a chi si giudica da solo togliendo dunque a Dio la possibilità di salvarlo. La radice dell’autogiustificazione è il giudizio: davanti a Dio non possiamo presentarci da giudici ma da imputati, che riconoscono di essere peccatori. Se siamo tutti imputati davanti a Dio, possiamo mai vestire i panni da giudice nei confronti dei fratelli? C’è sempre una relazione tra il considerarci in una certa maniera e nel considerare gli altri in una certa maniera. Se noi siamo dinanzi a Dio in verità, ci abbassiamo, anche dinanzi ai fratelli dobbiamo fare altrettanto.

  • Le risonanze personali

       vv. 9-14 Il brano mi riporta alla mente la parabole del padre misericordioso, il fariseo mi fa pensare al fratello maggiore per il fatto che non riesce ad avere una relazione con Dio ma tende a vedere quello che fa il fratello che è andato via, così come il fariseo giudica gli altri. Il pubblicano che «sta lontano» mi fa pensar invece al figliol prodigo. Il fariseo inoltre mette l’accento su se stesso, su quello che egli fa elencando tutto ciò che invece gli altri fanno di male. E’ ripiegato su se stesso e molto autoreferenziale. Quando siamo ripiegati su noi stessi e autoreferenziali escludiamo Dio dal nostro orizzonte, se invece ci vediamo per quello che siamo (il verbo tapeineo mi fa venire in mente il Magnificat), quella è la porta per mettercii n relazione con Lui, facendolo entrare nella nostra miseria per trasformarci.

  • Alcune domande per riflettere
  • L’errore del fariseo non è quello di a seguire la legge o fare il bene, ma quello di giudicarsi giustificato da solo. Egli non ha bisogno di Dio, ma solo di ciò che egli stesso giudica necessario per considerarsi buono/salvo. Quale il mio atteggiamento nei confronti di Dio? Penso di essere buono? Penso di essere già salvato?
  • Comportarsi bene per me discepolo di Gesù è un dovere o qualcosa che sento come desiderio profondo? Considero questo comportamento sufficiente per sentirmi giustificato? Mi manca qualcosa o sono a posto? E se mi manca qualcosa… cosa?
  • Il giudizio su di sé porta facilmente al giudizio sugli altri. Mi capita di giudicare gli altri? Su quali criteri? Sono gli stessi che applico anche a me? Penso che questi siano i criteri di Dio?